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Gallus Staubli


Responsabile del settore formazione e mediazione del Museo della comunicazione di Berna per oltre vent'anni: Gallus Staubli



Caro Gallus, cinque anni fa il Museo della comunicazione ha creato una nuova professione, quella di comunicatrice/comunicatore. Da allora sono loro le figure di riferimento sempre presenti nelle esposizioni e all’accoglienza. Cosa vi ha motivati a prendere questa decisione?

Vent’anni fa, quando avevo iniziato a lavorare qui al Museo della comunicazione, ero l’unico mediatore e all'epoca non avevo né una formazione né un'esperienza in questo campo. Per questo motivo ho cominciato prima ad osservare quello che facevano gli altri e poi a imitarli. In seguito la mediazione è entrata a fare parte della struttura museale, che è ancora comune in molti musei di oggi, in cui prevede – se è necessario -, una mediatrice/un mediatore a tempo indeterminato e un team di guide su chiamata. Anche per noi è stato così. Lavorando con queste mediatrici e mediatori, mi sono reso conto che le loro condizioni di lavoro erano precarie e inadeguate, anche se si chiedeva loro di fare molto: devono conoscere perfettamente i contenuti, sono il volto del museo e realizzano la maggior parte delle offerte


Mi sono reso conto che le condizioni di lavoro di mediatrice/mediatore erano precarie per cui non valeva la pena di impegnarsi, anche se viene richiesto molto: devono avere tutte le conoscenze relative ai contenuti, sono il volto del museo ed eseguono la maggior parte delle offerte di mediazione.

di mediazione. Se da un lato c’era questa situazione, dall'altro c’era anche un personale di sorveglianza nelle esposizioni non formato, che svolgeva un lavoro insoddisfacente per tutti. Ancora oggi accade spesso che l’incontro tra un visitatore e un responsabile di sala abbia un risvolto negativo. I responsabili di sala non avevano un lavoro interessante, inoltre c'erano continui cambiamenti e nessuna regolarità. È quindi stato importante rendersi conto che questa situazione non poteva rimanere tale e che non bisognava accettare questo modello solo perché in molti musei funziona così.


E come si è sviluppato il concetto di comunicatrice/comunicatore? Quali presupposti sono stati decisivi?

Quando abbiamo iniziato a riprogettare il museo nel 2012, pensavamo che il museo non avrebbe mai chiuso completamente e sarebbe stato rinnovato solo in parte. Ma poi, durante la concezione dei contenuti, ci siamo resi conto che questo non aveva senso e abbiamo quindi deciso di chiudere il museo per un anno per rinnovare l’intera struttura delle sale e per concepire un nuovo nucleo espositivo. Il fatto che il museo abbia chiuso i battenti per un anno ha dato il via al progetto della nuova funzione di comunicatrice/comunicatore. Eravamo coscienti del fatto che per chi lavorava nelle condizioni di precarietà sopra descritte, quell'anno di chiusura avrebbe significato comunque la fine del suo lavoro. Ma le

Cinque anni fa hanno creato una nuova professione, quella di comunicatrice/comunicatore del Museo della comunicazione. (foto: digitalemassarbeit.ch, © Museo della comunicazione di Berna)


persone in questione erano informate con tre anni di anticipo e potevano prepararsi; da questo punto di vista la scelta era socialmente accettabile. Per me era molto importante poter ricominciare. Volevamo posti a tempo indeterminato per la funzione di mediatrici/mediatori, volevamo una buona formazione e volevamo avere solo mediatrici/mediatori presenti al museo dal martedì alla domenica, dalla mattina alla sera. Non dovrebbero più esistere altre professioni.

Avete già avuto esperienze precedenti con questa funzione di comunicatrici/comunicatori?

Sì, nell'ambito di progetti di mostre temporanee, abbiamo assunto mediatrici/mediatori su base permanente per la durata di ogni progetto. Sono state tutte esperienze molto positive, che però hanno sempre assorbito buona parte del budget della mostra temporanea. Per questo motivo non avevamo mai pensato di implementare un ruolo del genere e in modo stabile per tutto il museo, perché appunto credevamo di non potercelo permettere. Quando nella fase di pianificazione ho calcolato quanto sarebbe costato assumere 22 comunicatrici/comunicatori con stipendi del 30-60% rispetto alle 29 guide su chiamata di prima, è stato chiaro che ciò avrebbe raddoppiato i costi. All'epoca ero convinto che non ci sarebbe stata nessuna possibilità. Infatti, chi li avrebbe pagati? Il fattore decisivo che ha


Il fattore decisivo è stato il fatto che l'intero team di progetto era favorevole a questa idea. Sentivamo che, come Museo della comunicazione, dovevamo fare un salto di qualità con una comunicazione diretta, autentica, viva, fatta di persone.

portato alla creazione di questa nuova funzione è stata la pesa di posizione dell'intero team di progetto, che era favorevole all’idea. Sentivamo tutti che, come Museo della comunicazione, potevamo fare un salto di qualità con una comunicazione diretta, autentica, viva, fatta di persone. In questa prospettiva finalmente abbiamo potuto convincere la direzione e il consiglio di fondazione. Eravamo convinti che ne sarebbe valsa la pena e che avremmo potuto coprire i costi aggiuntivi con l’auspicato aumento delle entrate derivanti dall'aumento dei visitatori. In effetti così è stato, almeno nei due anni precedenti la pandemia.


“Vogliamo far vivere ai visitatori un’esperienza - un gioco, un'interazione, un'esperienza sensoriale - e stimolare con loro un confronto.”

In che modo la presenza di comunicatrici/comunicatori ha dato vita ad un approccio diverso con il pubblico?

Uno dei presupposti più importanti per il nostro team di progetto era quello di rafforzare la centralità dei visitatori e di prenderli sul serio. La mostra è ricca di testi, audio e video. Questo ci dà la possibilità di fare una mediazione che non è unicamente finalizzata alla conoscenza, ma anche e soprattutto sul dialogo. Vogliamo far vivere ai visitatori un’esperienza - un gioco, un'interazione, un'esperienza sensoriale - e stimolare con loro un confronto. E quando parliamo con loro, non ci limitiamo a trasmettere le nostre conoscenze – questo lo facciamo ma raccontando storie e guidandoli verso gli oggetti. Inoltre, ci interessa la comunicazione in esteso che comprende sia il processo di pensiero, sia cosa ha


La mostra è ricca di testi, audio e video. Questo ci dà la possibilità di fare una mediazione che non è unicamente finalizzata alla conoscenza, ma anche e soprattutto sul dialogo.

da dire la persona su questo oggetto o argomento. E questa è un'altra forma di dialogo. Ad esempio, all’accoglienza i visitatori ricevono gettoni di quattro colori diversi come biglietti d'ingresso. Le comunicatrici/ i comunicatori hanno di recente allestito all’accoglienza delle cassette contenenti questi gettoni dai quattro diversi colori e hanno chiesto ai visitatori di sceglierne uno di proprio gradimento. L'arancione significava "sono curioso", il verde "coraggioso", il nero "timido" e così via. In questo modo le comunicatrici/ i comunicatori presenti nelle sale espositive che vedevano i visitatori con questi gettoni, potevano entrare subito in dialogo nella modalità corrispondente alla caratteristica del colore. Ad esempio, se qualcuno aveva un gettone arancione, gli veniva chiesto se gli andava di guardare dietro una porta normalmente chiusa agli altri visitatori. Se accettano, i visitatori fanno una visita diversa, seguono le comunicatrici/ comunicatori al terzo piano interrato, al deposito o alla terrazza sul tetto o in altri luoghi... e lungo il percorso parlano della visita al museo e delle aspettative. Questi incontri non potrebbero accadere in un museo pieno di personale addetto alla sorveglianza.


La comunicatrice Madeleine Burri presenta il Dialogue Lab, un'attività di mediazione da lei sviluppata e che permette alle persone di conoscere diversi metodi per entrare in dialogo tra loro.


Non tutti i visitatori desiderano trovarsi immediatamente coinvolti in uno scambio. Alcuni cercano attivamente vicinanza e informazioni, altri invece preferiscono distanza e riservatezza. Come gestite le diverse esigenze del pubblico?

Uno degli obiettivi della formazione in comunicatrice/comunicatore è quello di imparare rapidamente a capire fino a che punto ci si può spingere con i visitatori e a conoscere le diverse modalità di entrare in dialogo. Inoltre non è neanche nostra intenzione coinvolgere subito ogni visitatore in un dialogo. Ci limitiamo a fare delle proposte che i visitatori possono accettare o meno. D'altra parte, le esigenze di ogni visitatore che vuole entrare in dialogo sono incredibilmente ampie, ma comunicatrici e comunicatori sono preparati a rispondere a queste esigenze con sicurezza. Ce ne siamo accorti anche quando si è trattato


Spesso la resistenza si manifesta a due livelli: da un lato, c'è l'atteggiamento di chi pensa che sia impossibile cambiare le condizioni di lavoro. Dall'altro lato, c'è la riluttanza a discostarsi dalla mediazione basata sulla conoscenza.

di sviluppare offerte per i rifugiati ucraini. Possiamo reagire alle loro esigenze nello stesso modo, senza dover offrire visite classiche con interprete. Per esempio, di recente un gruppo di ucraini sordi è venuto al museo e uno dei nostri comunicatori ha fatto un laboratorio di dialogo con loro. Una delle nostre attività consiste proprio nel mettere in campo vari metodi per entrare in dialogo con l'altro - compresi quelli non verbali -. L'offerta è stata accolta con grande soddisfazione e non ha richiesto né un bando di concorso né una riservazione o un interprete. E questo vale per tutte le richieste dei visitatori: comunicatrici/comunicatori sono in grado di rispondere alle loro esigenze.


Avete sintetizzato questo approccio particolare di mediazione della conoscenza con la cosiddetta formula Bernese. Cosa c'è dietro?

La formula Bernese è E³ = P x M. Non è E + E + E, ma è E³, cioè un potenziamento. Questo potenziamento inizia con un'esperienza, la prima E. La seconda E è la nostra specialità, ovvero lo scambio di esperienze o il dialogo, che è semplicemente possibile solo con comunicatrici/comunicatori o con il personale presente in mostra, entrambi portano con sé molte conoscenze sia a livello di contenuti che di metodo. La terza E si riferisce alla conoscenza. Questo può avvenire qui nel museo e probabilmente nello scambio sociale.

Magari la consapevolezza avviene giorni, settimane, mesi dopo, a casa: improvvisamente la


La nostra formula Bernese è: E³ = P x M. Un'esperienza seguita da uno scambio di esperienze porta alla conoscenza - grazie al dialogo del pubblico con il museo.

teoria dell’iceberg di cui avete letto sulla parete della mostra vi diventa chiara.

Sul lato destro dell’equazione, P sta per pubblico e M per museo. All’inizio, nella fase di elaborazione della formula, pensavamo a Museo + Pubblico. Però, come dice il nostro motto "Tutto gira attorno a te e non sei solo", per noi era fondamentale che il pubblico venisse prima di tutto. Questo è diventato per noi un principio, non un semplice slogan ad effetto.

Il “per” (x) al posto del “più” (+) significano che non si tratta solo di un'aggiunta, ma di molto di più.


Hai un esempio?

Nel nostro museo è esposto un telefono cellulare appartenuto a Mussie Zerai, un sacerdote eritreo che lavora a Roma come traduttore per i rifugiati eritrei. In questa veste, ha sentito parlare di molte storie di fuga, tra cui molti tentativi di fuga falliti e persone che hanno rischiato di annegare o sono annegate. E ha deciso di istituire un punto di contatto a cui i rifugiati possano rivolgersi quando si trovano in difficoltà in mare. Siccome sono illegali, non possono chiamare la guardia costiera. Ma se i rifugiati lo chiamano con questo numero lui li localizza tramite GPS e allerta la guardia costiera, che, secondo la Convenzione di Ginevra, deve lasciare il porto in loro soccorso. In questo modo ha salvato migliaia di vite e continua a farlo. Abbiamo sentito parlare di questa storia quando è stato candidato al Premio Nobel


"Tutto ruota intorno a te e non sei solo". Questo è diventato per noi un atteggiamento di base, non semplicemente uno slogan ad effetto". (foto: Thijs Wolzak, © Museo della comunicazione di Berna)


per la Pace. Quindi abbiamo contattato Mussie, gli abbiamo chiesto di donare il suo cellulare per la nostra collezione e in cambio gli abbiamo dato un nuovo telefono. Uno dei nostri comunicatori ha raccontato questa storia a una classe integrata - un gruppo di rifugiati eritrei in visita al nostro museo - e ha mostrato loro questo telefono cellulare. Quando i rifugiati l'hanno visto, sono scoppiati in lacrime perché loro stessi avevano chiamato questo cellulare.


Grazie alla loro esperienza diretta con il pubblico, quale contributo possono dare alla concezione di una mostra comunicatrici/comunicatori?

La collaborazione tra le due funzioni di curatrice/curatore e di comunicatrice/comunicatore si è sviluppata intensamente dopo il lancio della nuova mostra principale. L'équipe del museo ha conosciuto le comunicatrici/i comunicatori solo col passare del tempo, e si è resa conto che ognuno di loro ha hobby e competenze specialistiche che potrebbero interessare anche i curatori. La cosa fondamentale è che in ogni progetto di mostra temporanea viene riservato, accanto a me, un posto per una comunicatrice/un comunicatore, e spesso aumentiamo temporaneamente il carico di lavoro. Per loro ci sono molte altre opportunità di presentare le proprie idee. Un giorno una nostra comunicatrice mi ha chiesto se eravamo effettivamente consapevoli del numero di bambini sotto i quattro anni che visitavano il nostro museo. Aveva iniziato a fare delle statistiche, e siamo arrivati a una proiezione di circa


In ogni progetto di mostra temporanea, accanto a me è riservato un posto per una comunicatrice/un comunicatore.

5000 visitatori all'anno sotto i quattro anni. In realtà abbiamo sempre detto che il museo si rivolge ai visitatori a partire dai quattro anni. La comunicatrice ci ha reso attenti sulle esigenze dei nostri visitatori più giovani e ha sviluppato misure che ora stiamo implementando per questo gruppo target. La stessa comunicatrice si è anche specializzata in inclusione e diversità e ora è la nostra referente per la diversità. Quindi l'argomento è stato affrontato dal basso verso la direzione e ora è stato confermato dall'alto verso il basso con una strategia per la diversità che non sarebbe nata se questa comunicatrice non ci avesse fatto notare che dobbiamo migliorare questo settore.


Gallus Staubli nello spazio espositivo temporaneo, dove è in corso la nuova mostra "Planetopia - Space for World Change" (13.11.2022-23.7.2023). Per la prima volta, il Museo della comunicazione progetta una mostra con arredi riciclati dalle esposizione precedenti.


Tutte le comunicatrici e i comunicatori seguono una formazione appositamente concepita dal museo. Qual è il fulcro di questa formazione? Di quali competenze hanno bisogno nel loro lavoro quotidiano?

Innanzitutto, si impara ad avere un atteggiamento costruttivista. Bisogna interiorizzare questo modo di funzionare. Ciò significa che l’assorbimento di conoscenza e approfondimento da parte dei visitatori dipende sostanzialmente da loro stessi e dalle loro esperienze. Questo è l'approccio pedagogico basilare. Inoltre, lavoriamo con il modello di Riemann-Thomann, con il quale impariamo a capire rapidamente come funzionano le persone - perché, soprattutto quando ci si rivolge ai visitatori, si parla molto di vicinanza e distanza. Queste sono le due teorie fondamentali. Dopodiché si passa rapidamente alla pratica, dove la gestione del dialogo, l'ascolto attivo, l'accoglienza dei reclami e, naturalmente, la nostra vasta gamma di attività sono centrali. E non da ultimo, ovviamente, si devono conoscere bene i contenuti.


Quali sono gli adattamenti svolti negli ultimi cinque anni?

Dopo due anni, abbiamo adottato diverse misure all’interno di un processo partecipativo il cui scopo è consolidare il team, ri-motivarlo e evitare ulteriori partenze. Ad esempio, è emerso che lavorare su un'attività ad hoc alle nove e mezza del mattino a volte è molto


Nel frattempo, le comunicatrici / i comunicatori arricchiscono il museo con le loro idee creative e danno vita a numerosi progetti. Questo non era previsto, ma abbiamo la dimostrazione che è possibile.

divertente e simpatico, ma a volte crea anche pressione. Il team di comunicatrici/comunicatori ha quindi voluto pianificare le attività in anticipo, in modo più elaborato e a lungo termine, per poterle poi attingere a piacimento al museo. Abbiamo quindi creato dei team di sviluppo in cui comunicatrici/comunicatori possono approfondire le loro conoscenze e completare la loro formazione in questi settori.


Ci sono punti negativi?

Ci sono punti negativi, ma fanno parte del nostro concetto. Uno di questi è che non abbiamo più lavori facili. Non possiamo più essere un datore di lavoro per persone che non hanno alcuna formazione. Ma nel complesso, tutto si è sviluppato in modo molto più positivo di quanto avrei mai pensato. Nel frattempo, le comunicatrici / i comunicatori arricchiscono il museo con le loro idee creative e danno vita a numerosi progetti. Questo non era previsto, ma abbiamo la dimostrazione che è possibile.


Ogni mattina, mezz'ora prima dell'apertura del museo, le comunicatrici/i comunicatori sviluppano un'attività di mediazione ad hoc, che spesso inizia all’accoglienza o, come in questo caso, all'ingresso della mostra.


Il concetto di comunicatrice/comunicatore può essere adottato da musei di altri settori?

Sì, può sicuramente essere implementato ovunque. Il concetto si basa sul fatto che creiamo un punto di partenza attraverso un vissuto, un'esperienza sensoriale, in cui è possibile un dialogo. E questo è possibile con tutti i tipi di pubblico. Forse la percentuale di persone che non vuole essere coinvolta in un'esperienza è semplicemente maggiore o minore a seconda del tipo di museo. Altri musei hanno già lavorato con comunicatrici/comunicatori, ma solo per un periodo di tempo limitato. Penso che ci siano molti progetti validi, ma non ne ho ancora visto uno con la stessa coerenza che abbiamo qui al Museo della comunicazione.


Il concetto può essere applicato a qualsiasi museo. Si basa sul fatto che creiamo un punto di partenza attraverso un'esperienza, attraverso un'esperienza sensoriale, in cui è possibile un dialogo.

Penso che sia interessante anche per le altre istituzioni guardarsi più da vicino e chiedersi cosa dovrebbero fare per implementare nelle loro istituzioni un approccio simile. Spesso la resistenza si manifesta a due livelli: da un lato, c'è l'atteggiamento di chi pensa che sia impossibile cambiare le condizioni di lavoro. Dall'altro lato, c'è la riluttanza a discostarsi dalla mediazione basata sulla conoscenza, con l'argomento che hanno la conoscenza e l'esperienza dei curatori. E io dico sempre: sì, anche noi abbiamo questa conoscenza. Ma nella mediazione personale della mediatrice/del mediatore si può lavorare in modo diverso.


Gallus Staubli davanti al suo oggetto preferito: l'ERMETH, macchina di calcolo elettronico del Politecnico federale di Zurigo - il primo computer costruito in Svizzera.


Parliamo ora di te, che sei stato determinante nell'avviare e sostenere l’introduzione di questo nuovo ruolo di comunicatrice/comunicatore. Dal 1998 sei responsabile della formazione e della mediazione del Museo della comunicazione. Sei anche stato a lungo coinvolto nel comitato di mediamus. Come hai trovato la strada della mediazione?

Ho frequentato il seminario di formazione per insegnanti e, nel 1997, il primo direttore del Museuo della comunicazione mi ha chiesto di occuparmi di formazione e mediazione. Rispetto a molti altri mediatori dell'epoca, mi sentivo molto a mio agio, avevo percentuali fisse, un budget e molta libertà - ma naturalmente c'era anche molta pressione, perché c’era molto da realizzare. Successivamente, c'è stata una fase di consolidamento che ha permesso di riflettere sul proprio lavoro e di confrontarsi con le teorie. Prima di allora, facevo semplicemente delle attività. Avevo il compito di generare domande, perché le 1200 classi scolastiche che oggi visitano il nostro museo ogni anno non esistevano allora. In tal senso ho anche partecipato personalmente all'intero sviluppo del settore professionale della


È anche una questione di dove vogliamo che i nostri giovani passino il loro tempo libero: al centro commerciale o al museo? Ma per questo è necessario adeguare gli orari di apertura e i prezzi d'ingresso.

mediazione. Per me è stato decisivo il fatto che, nell'ambito di una riorganizzazione, la mediazione venisse incorporata nel settore delle mostre. E da allora si relaziona direttamente con la direzione. Pe me è stato fantastico. Ho però capito che non era il caso per molti musei, dove la mediazione è spesso subordinata al marketing o ha una funzione di accesso alla mostra. Nel mio caso invece era chiaro che venivo coinvolto in tutti i progetti espositivi dalla A alla Z. Nel frattempo, nei musei è arrivata una nuova generazione di dirigenti con una formazione diversa in cui non hanno più l'idea per cui in un museo non ci debbano essere sporcizia e rumore. Questo cambiamento sta portando i musei a riflettere su chi sono e se sono rilevanti per la società. I musei sono luoghi, offrono spazi e opportunità. È anche una questione di dove vogliamo che i nostri giovani passino il loro tempo libero: al centro commerciale o al museo? Ma per questo è necessario adeguare gli orari di apertura e i prezzi d'ingresso. Ed è su questo che stiamo lavorando ora.


Cosa auguri per il futuro della mediazione? Dove sarà la mediazione tra dieci anni?

Spero che prevalgano quei musei che hanno l'attitudine a diventare luoghi rilevanti per la società. I musei che vogliono raggiungere un pubblico più ampio e diversificato e consentire una partecipazione aperta, senza sapere in anticipo cosa accadrà.



Intervista: Silja Widmer

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